La  Grande Madre testimonianza della fecondità.

Negli uomini primitivi, era sostanzialmente reale la consapevolezza, di considerare la femmina una divinità che generava nuove creature, per questo le dee femmine per millenni, nei pantheon religiosi,  furono le indiscusse signore.

Come testimoniano i ritrovamenti di statuine dagli attributi femminili esageratamente evidenziati, e moltissimi disegni e graffiti che riproducono vulve, vagine e seni gonfi di dee in gravidanza, durante il parto o in allattamento. Anche quando fecero l’apparizioni le divinità maschili, il massimo della potenza per questa divinità era  il generare la vita da se stessa, poiché non si conoscevano i meccanismi biologici della fecondazione come oggi noi li conosciamo. La femmina-dea era riconosciuta come fonte di vita e assunse una miriade di forme e di nomi, disseminando il suo culto ai quattro angoli della terra. Alla dea era associato il ciclo lunare e, per analogia con i cicli rigenerativi delle fasi lunari, la morte era vista come momento necessario alla rigenerazione della vita. Il seppellire i morti nella terra, stava ad indicare, venir messi nel ventre della Grande Madre, dalla quale rinascevano, come avveniva per il ciclo vegetale.  Al tempo della Grande Madre essa era venerata sotto la forma trinitaria di fanciulla, di donna gravida e di anziana, tre figure femminili che venivano identificate con le tre fasi lunari mensili.  La Grande Madre fu la prima autentica trinità nella storia religiosa dell'uomo, perché l'unica che riunisce in una sola persona divina tre diverse manifestazioni divine: la femmina impubere (Luna crescente), la femmina fertile (Luna piena), la femmina infeconda (Luna calante).  Ai tempi del culto della Grande Madre la donna, immagine vivente della dea, simile alla Luna, cresceva e decresceva, dall'adolescenza alla senilità, senza soluzione di continuità e la sua perpetuità non era in discussione perché la fanciulla-luna-crescente diveniva madre-luna-piena, e infine vecchia-luna-calante, per sparire dal cielo per qualche giorno e ritornare sotto forma di nuova fanciulla. L'idea di un dio maschile che impersona la vegetazione , che nasce e muore annualmente, sembra essersi formata attorno al quinto millennio a.C., epoca nella quale si cominciò a celebrare con veri e propri riti la nascita e la morte umana e vegetale. Il rito, nel quale i due personaggi principali erano la donna (la Grande Dea) e l'uomo (la vegetazione) doveva ripetere il più fedelmente possibile ciò che accadeva in natura e per questo la rappresentazione della nascita e della morte vegetativa avveniva con drammatico realismo attraverso un sacrificio, quasi sempre umano. Dato che la dea, per la sua natura generatrice, doveva per forza essere eterna e non poteva quindi soccombere nel sacrificio, era logico ed appropriato che a morire fosse la divinità maschile/vegetale, che sarebbe rinata l'anno seguente e che era decisamente minore rispetto all'onnipotente divinità femminile/generatrice. Nacque così la prima forma di ierogamia, il matrimonio sacro tra la dea e un giovane dio delle stagioni. Questi, dopo essersi accoppiato a lei con l'unico scopo di arrecarle piacere, doveva morire per lasciare posto, l'anno seguente, ad un nuovo giovane dio.  La dea era immutabile, mentre il suo sposo cambiava ogni anno, e dal momento che, nel frattempo, era inevitabile che ella rimanesse incinta e che partorisse, poteva accadere che qualcuno dei suoi giovani sposi annuali fosse anche un suo figlio. La supremazia femminile durò molto tempo dopo la preistoria e la donna non perse il suo potere divino nemmeno quando gli uomini compresero che, in qualche modo, le nuove nascite avvenivano anche con il loro contributo.
Uno dei più antichi resoconti di ciò che avveniva nella società matrilineare si può rilevare nel mito greco di Edipo, il giovane principe aggredisce il re Laio, suo padre, lo uccide e sposa la regina vedova. La storia,  tramanda quella che era una usanza radicata e cioè che il giovane uccide il vecchio re e ne sposa la vedova, che qui gli è anche madre, per diventare re. Il mito si può leggere in due modi: Edipo è realmente il figlio carnale del vecchio re e di Giocasta, che rappresenta quella che in passato era considerata la Grande Dea, e che pertanto detiene la regalità; la seconda interpretazione potrebbe significare che il giovane principe non è geneticamente figlio dei due monarchi, ma è semplicemente figlio, come tutti i viventi, della Grande Madre, qui rappresentata da Giocasta/regina. In entrambi i casi il mito racconta esattamente ciò che avveniva nelle società matriarcali, così persistendo nella nostra psiche ad emblema del più conosciuto dei complessi freudiani.
Molti credono che il matriarcato fosse una società governata da donne,  invece si trattò di una società semplicemente diversa da quella patriarcale, la quale era ed è fondata sul possesso, il controllo e l'uso delle donne e dei figli da parte dell'uomo. La società matriarcale aveva la logica conseguenza dell'adattamento umano all'ambiente, con una precisa distribuzione dei compiti. All'interno della tribù i gruppi famigliari erano composti dalla donna e dai suoi figli, maschi e femmine, queste ultime con la loro prole. La famiglia  matrilineare  era composta dalla matriarca, dai suoi fratelli e sorelle più giovani coi loro figli, i nipoti della prima generazione, dai figli maschi della matriarca, dalle sue figlie femmine e dai figli delle figlie ,i nipoti della seconda generazione. I maschi preparavano e partecipavano alle grandi cacce per procurarsi la carne, che doveva sostenere il gruppo durante i periodi invernali, mentre per il resto dell'anno le donne erano in grado di sopperire alle esigenze del gruppo famigliare con la loro raccolta di erbe, bacche, radici, tuberi, cereali selvatici e con la caccia di piccoli animali. All'interno di questo ordinamento le donne in età fertile avevano rapporti sessuali con i maschi che componevano le famiglie di altre matriarche, ma anche con i maschi del loro stesso gruppo famigliare.
Nella società primitiva si può affermare che fosse proprio così, la donna/divinità, e attorno alla figura femminile gravitava il gruppo familiare. Questo è suffragato dal fatto che le numerosissime rappresentazioni femminili, neolitiche e seguenti, non esisterebbero se la donna non fosse stata tanto venerata da spingere i suoi contemporanei a scolpirla e dipingerla con tanta insistenza, come del resto in futuro, è pensabile che, ci saranno una grande quantità di statue e dipinti di Madonne con o senza Gesù bambino.
Era la donna, che si incaricava dell'approvvigionamento giornaliero. Fu la donna che, con il suo contatto quotidiano con la vegetazione, fu la prima a conoscere le proprietà delle piante, ella imparò a distinguere le piante venefiche, che portavano la morte, da quelle allucinogene, che ampliavano le facoltà della mente. Era la donna che per prima seppe entrare in contatto con il mondo ultraterreno, col mondo degli spiriti e della divinità. Fu la donna che trasmise il suo sapere all'uomo, oltre a nutrire quotidianamente la sua famiglia, sapeva come curare le malattie e le ferite. La società matriarcale, a differenza di quella patriarcale, non sentì l'esigenza di assicurarsi l’uso esclusivo dell’altro sesso, gli accoppiamenti erano liberi, e neppure sentì il bisogno di avere la certezza della paternità, dal momento che erano le madri che provvedevano alla prole. Esse sapevano, ovviamente, che i figli che partorivano provenivano dai loro uteri, a differenza degli uomini, che non avevano la certezza  della paternità. Quando il patriarcato prese il sopravvento divenne essenziale, per l'uomo, assumere il controllo genitale della donna, per avere la certezza che i figli partoriti da lei fossero stati concepiti attraverso il suo seme.  La società matrilineare durò così a lungo e si impresse tanto profondamente nella coscienza collettiva che, secoli dopo la trasformazione della società da matrilineare a patriarcale, ancora sopravviveva l'usanza della trasmissione del potere attraverso la linea femminile: in Egitto, originariamente, i faraoni salivano al trono attraverso la linea matrilineare e, nelle dinastie più recenti, il sovrano cercò sempre di legittimare se stesso sposando la sorella o la nipote e, a volte, la figlia. Anche l'ultimo faraone d'Egitto  per poter regnare, dovette sposare sua sorella di sangue, Cleopatra.

I millenni che seguirono però ribaltarono completamente questo stato di cose, una nuova economia, una nuova società, nuovi popoli che arrivavano dalle steppe del centro Asia e dai deserti mediorientali, portando divinità guerrieri, la vendetta degli dèi maschi si preannunciò terribile, relegarono la Grande Dea, passo dopo passo, in un angolo del focolare e la privarono di ogni potere.  La Dea perse ad essere l’unica divinità, conservando però la sua regalità. A lei doveva unirsi un uomo, non necessariamente nobile, che diventava re e governava, era lei a trasmettere il potere, ma era lui che esercitava con le leggi, i nuovi invasori si unirono alle popolazioni stanziali e imposero, nuovi usi e nuova religione. Ormai, l'autorità governativa era stata travasata in mani maschili, ed era chiaro che la nascita di nuove creature aveva qualcosa a che fare col seme maschile, essendo questo legato alla fertilità e alla nascita, quindi al potere, era ovvio che i maschi avanzassero le loro pretese sul governo delle cose. Un esempio tra tanti cito quando, nel periodo della Repubblica (aristocratica)Genovese, il Doge (eletto ogni due anni) in alcuni casi indossava la corona e lo scettro. Questa  cosa che potrebbe essere un contro senso, non lo fu poiché era resa possibile dal fatto che la Madonna era stata proclamata regina di Genova, e quindi il Doge poteva indossare le vestigia regali.

 

 

 

 

Da DEA MADRE a semplice divinità e poi a Demone.


Il passo successivo dalla sovranità alla deificazione, fu breve, l'uomo-re divenne un dio, come lo era stata la donna-regina prima di lui.

Nel volgere di qualche millennio (tra il quattromila e il tremila a.C.) la figura della Dea Madre subì una profonda metamorfosi.
Tanto per cominciare, perse il ruolo di primadonna, e divenne una comprimaria, dovendo dividere il trono con altri dèi, dagli attributi maschili.
Nella terra tra il Tigri e l’Eufrate, presso i Sumeri, il mito della creazione narrava che, prima di ogni altra cosa, vi erano le acque primordiali (nelle quali si può ravvisare il rimando al liquido amniotico) e che da queste acque cosmiche scaturì Nammu “la madre iniziale, colei che ha dato la vita a tutte le altre divinità”.
Più tardi, in epoca assira, Nammu divenne Tiamat, la dea delle acque salate del mare. Ella si unì ad Apsu, il dio delle acque dolci “Al tempo in cui in alto il cielo non era ancora stato nominato, e in basso la terra non era ancora stata nominata, Apsu, il primo genitore e Mumma Tiamat, la genitrice, mescolavano le loro acque” (Enuma Elish, versi 1 - 5).
Timat e Apsu diedero vita a una popolazione di giovani dèi con spiccate caratteristiche antropomorfe ed una vita simile a quella umana, ma arricchita dall’inestimabile dono dell’immortalità. Il clangore di questa schiatta diede però fastidio al dio generatore, che tentò di liberarsi di loro, ma Tiamat, come ogni brava madre, difese i suoi figlioli e cacciò Apsu.
Molti anni dopo, il dio solare Marduk di Babilonia, le riservò la stessa sorte, allontanandola per sempre dal potere e facendo di lei la generatrice di tutti i dèmoni.
Quello di Tiamat e di Apsu è un mito squisito, nel quale si legge, e non tanto tra le righe, che Tiamat era la rappresentante terrena della Grande Madre, la donna-dea venerata sotto molteplici forme in tutto il continente eurasiatico fino alla fine del terzo millennio avanti Cristo. Una delle numerose raffigurazioni simboliche della Grande Madre era la Luna e, poiché al crescere e decrescere della Luna erano legate le maree, Tiamat era considerata dea del mare e delle acque salate.
Nel periodo in cui il culto della Terra-Grande Madre era ancora vivo essa si accoppiava con un paredro (Apsu) per generare, dopo di che scacciava il consorte, ormai inutile, e regnava con i suoi figli.
Poi, sarebbe venuto Marduk, il re-dio dei popoli invasori, nomadi allevatori e guerrieri provenienti dalle steppe centroasiatiche, apportatori di una nuova religione di carattere solare, che non accettavano la preminenza del culto femminile, e che relegarono pertanto la dea nel mondo infero, dèmonizzandola.
Tiamat, infatti, da splendida dea marina, diventa un mostro metà serpente e metà animale, munita di ali, in pratica l’antenata del drago medioevale europeo: “Quel giorno, quel giorno lontano (...) quando il cielo si separò dalla terra, quando il dio An vinse sul cielo, quando il dio An vinse sulla terra, ed ebbe dato in dote l’inferno alla dea Ereshkigal” (Enkidu e l’Inferno).
Ma, dal momento che per una dea l’inferno non è un luogo ideale per partorire, se non dei dèmoni, gli Assiri le affiancarono una sorella, che divenne molto amata e venerata: Inanna (contrazione di Ninn-Anna, Signora del cielo). Uno dei miti assiri racconta che Inanna discese agli inferi, dove regnava la sorella Ereshkigal. Nel corso del suo viaggio Inanna dovette privarsi di tutti i suoi ornamenti, in sette fasi rituali (i sette giorni della settimana? Per inciso, sette giorni sono la frazione di tempo, all’interno delle lunazioni, corrispondenti al primo quarto, alla luna piena, all’ultimo quarto, alla luna nera), per finire poi prigioniera, fintantoché il suo amante, il pastore Dumuzi, scese a prendere il suo posto. Era infatti compito dell’uomo offrirsi in sacrificio per assicurare il ritorno di Inanna sulla terra, affinché venisse rinnovato il ciclo naturale della fertilità. Nel mito è possibile ravvisare gli ultimi barlumi di ciò che era stato il fulcro della religiosità predinastica nella terra tra i due fiumi, quando cioè in onore della Dea Madre si sacrificava annualmente il dio della vegetazione, che la Dea stessa avrebbe fatto risorgere e rinverdire la primavera successiva.
Presso i Babilonesi la dea Inanna prese il nome di Ishtar: si trattava di una dea ancora potente, alla quale venivano tributati onori pari a quelli degli altri dèi. Le raffigurazioni di Ishtar sono quelli di una donna giovane e bella, coronata dalle triplici corna, simbolo caratteristico, presso le popolazioni mesopotamiche, per designare grande potenza, ed usato, in origine, tanto per la dea quanto per il dio. E fin qui, almeno, la dignità dei due dèi, maschio e femmina, era ancora paritaria.
Il fatto che la regalità divina fosse simboleggiata dalle corna, farebbe pensare ad una immagine taurina, legata alla forza e alla massima virilità, ma qualche studioso ha avanzato un’altra, suggestiva ipotesi: le corna del toro, molto prima di simboleggiare la forza bruta, erano il simbolo della falce lunare (della simbologia taurina si parlerà diffusamente più oltre) ed era pertanto legato a una potenza femminile, anziché maschile, come potrebbe far pensare il toro in se stesso (non a caso, la cosmogonia babilonese attribuì a Sin, un dio maschio, l’emblema lunare, tentando di privare la dea femmina di un attributo che le era appartenuto fin dalla notte dei tempi).
Inanna-Ishtar era ormai solo una dea tra gli dei, pur conservando ancora potere sulla fertilità, sulle stalle e sui granai. Uno dei suoi simboli ricorrenti era il recinto degli animali, a volte rappresentato anche solo dall’asta che vi si poneva all’ingresso e sostituito, poi, da una stella, alludendo forse a Venere, la prima stella della sera e l’ultima del mattino (Ishtar doveva accontentarsi ormai di una stella, che, tanto, la Luna se l’era accaparrata un dio maschio!).
Tra i vari attributi della dea vi era l’altra faccia della fertilità e della vita, e cioè la tempesta e la morte (concetto duale che si ritroverà poi nelle Dee Madri celtiche) e pertanto Ishtar presiedeva anche la guerra, insieme all’amore e alla sessualità. Suo animale simbolo era il leone.
La decadenza della Grande Madre aveva ormai assunto un corso inarrestabile, Ishtar perse man mano il suo potere, e venne raffigurata con sempre meno corna sulla corona, come si può vedere nel sigillo di Gudea, mentre il dio sta comodamente assiso sul suo trono, con gli evidenti simboli del suo potere, la dea, con una semplice corona (ha solo un giro di corna) gli sta davanti, in piedi, quasi in atteggiamento deferente, insieme al resto della divina corte.
Infatti, in epoca babilonese si affermò su tutti gli dei e le dee Marduk, il dio protettore di Babilonia, designato con ben 50 nomi. Col dilagare della potenza babilonese Marduk divenne un dio sempre più potente e, da semplice dio di una città, assurse agli onori di principale divinità dell’impero: a lui venne attribuita la creazione del mondo.
Il gioco era fatto, il destino di gloria della Dea Madre si stava tramutando in un destino di caduta.  E’ da sottolineare il fatto che più la civiltà si allontanava dalla società di raccoglitori-cacciatori (prevalentemente matrilineare) e si modificava in allevatori-artigiani (quasi esclusivamente patrilineare) più le dee (e le successive diavolesse) perdevano potere e subentravano dèi e dèmoni maschili dagli attributi morali e fisici sempre più sviluppati, chiaro segno che economia e religione hanno sempre marciato di pari passo.  Comunque, ancora per qualche secolo, le divinità femminili, anche se demonizzate, continuarono ad esercitare una certa influenza sulle popolazioni.  La grande, potente, sensualissima Lilitu mesopotamica, ad esempio, era una diavolessa che, in compagnia della consorella Ardat-Lili e del dèmone Lilu, formava una potentissima triade.
La radice comune del nome dei tre dèmoni era lil, che significava spirito, soffio, vento. Erano tutti e tre dèmoni aerei, apportatori di tempeste; Lilitu e Ardat-Lili, in particolare, sovrintendevano alle tempeste dei sensi, perché erano dèmoni femmine della lussuria.  Esse colpivano durante la notte gli uomini sposati, ispirando loro violenti desideri sessuali, senza mai soddisfarli. Le due diavolesse non risparmiavano neppure i bambini, ma questi, essendo impuberi, non potevano essere fagocitati da loro, ed allora Lilitu li soffocava nel sonno, mentre Ardat-Lili li rapiva, mentre erano addormentati, e poi li divorava.  Lilitu e Ardat-Lili non conoscevano il piacere dell’abbandono fisico, per questo motivo, anche se libidinosissime, erano dette vergini: non avevano mai amato, né avevano mai concepito, e le loro mammelle non avevano mai dato il latte. La loro lussuria aveva il solo scopo del godimento fine a se stesso, era quindi sterile ed esse, pur bramandolo e sollecitando l’uomo a questo scopo, non ne erano mai appagate: erano autentiche vampire del sesso. Ma, nello stesso tempo, erano anche ribelli alla condizione matrimoniale e alla procreazione, una sorta di femministe estreme ante litteram.
Si potrebbe pensare che le due diavolesse fossero repellenti, viste le loro attribuzioni; invece le raffigurazioni pittoriche e scultoree hanno tramandato, attraverso i secoli, l’immagine di donne seducenti.
In un altorilievo babilonese in pietra Ardat-Lili è rappresentata completamente nuda, giovane e bella, il viso seducente, i seni perfetti, il ventre sodo e rotondo, le lunghe gambe dalle cosce tornite; la ricca capigliatura è sormontata da una corona con quattro paia di corna, simbolo del più alto potere; nelle mani regge i nodi della regalità divina; ha sulla schiena un paio d’ali, testimonianza della sua entità spirituale e, anziché piedi, possiede artigli demoniaci, che poggiano sulla schiena di due leoni accovacciati. E’ accompagnata da una coppia di civette, creature notturne come lei.
Eppure, nonostante la sua natura infera, si intuisce che l’artista che l’ha scolpita l’ha amata, perché nulla in lei è orrido o immondo e, a dispetto delle sue ali piumate e i suoi artigli grifagni, spira da tutta la sua figura, a distanza di migliaia di anni, il soffio dell’erotismo. Ella era certo un dèmone, ma viveva ancora in lei tutta la femminilità che nei millenni precedenti ne aveva fatto oggetto di culto.
Assai diversa dalle conturbanti Lilitu e Ardat-Lili era la terribile Lamashtu, un’altra diavolessa mesopotamica, desiderosa di maternità ma sterile, la quale colpiva le sue vittime con violente febbri. Essa aveva fattezze disgustose: il suo volto era pallido, la sua testa leonina, il suo corpo era peloso, i suoi denti e le orecchie erano quelli di un asino e il membro (molto probabilmente una clitoride eccezionalmente sviluppata) simile a quello della pantera. Questo dèmone femmina ululava e ruggiva come un animale selvatico, reggendo nelle mani spire di serpenti e sbavando dalle fauci. Come se tutto ciò non bastasse, ai suoi seni nudi erano perennemente attaccati un cane nero e un maiale, i quali mordevano ferocemente i capezzoli aridi. Il diabolico spirito femmina aveva una spiccata preferenza per i bambini e le donne incinte, che faceva regolarmente abortire strappando il feto dal loro ventre: essendo sterile, era anche invidiosa delle gravidanze altrui. Nel suo vagolare non disdegnava comunque né gli uomini, né gli animali e neppure le abitazioni, dove si insediava volentieri, essendo stata a suo tempo scacciata dalla divina casa paterna, a causa della sua insopportabile malvagità. Era una diavolessa molto temuta, soprattutto perché, a causa delle precarie condizioni igieniche del tempo, faceva strage di infanti, di gravide e di puerpere. Per tenerla lontano ci si premuniva di amuleti protettivi da portare al collo o cuciti sui vestiti. Su uno di questi amuleti è stata rinvenuta una formula esorcistica contenente i sette nomi di Lamashtu: “Figlia di Anu (padre di tutti gli dèi)”, “Sorella delle divinità delle Strade”, “Clava che fende il cranio”, “Colei che provoca l’infiammazione”, “Divinità dal volto ceruleo”, “Adottata da Ishtar (era una delle sue figlie)”, “Nel nome dei grandi dèi che tu sia esorcizzata, spicca il volo con gli uccelli del cielo”. Se, a dispetto di scongiuri e amuleti, essa si impossessava di qualcuno, scacciarla non era affare da poco e i sacerdoti approntavano veri e propri altari accanto al letto del malato, sui quali officiavano una lunga cerimonia che durava diversi giorni. Sull’altare era posta la statua in argilla della diavolessa, il pettine, il fuso e un’immagine di cane nero, che erano tutti suoi simboli, e inoltre, un incensiere con dentro una spada, acqua di fonte, dodici pani e numerose altre vivande. Per tre giorni i sacerdoti invocavano tutti gli dèi, in particolare la dea Aruru, protettrice delle nascite e dei bambini, affinché allontanassero Lamashtu dal paziente. Alla diavolessa venivano impartiti ordini perentori e veniva trattata come una schiava, per convincerla che il suo potere era svanito e che doveva obbedire ai sacerdoti e abbandonare il corpo della sua vittima. La sera del terzo giorno la statua del dèmone femmina veniva portata al di fuori della casa dell’ammalato, infranta con la spada, seppellita in prossimità di un muro e infine si aveva cura di sigillare la buca con farina e acqua impastate. Non sono giunte notizie sulla percentuale di efficacia di questo esorcismo. Comunque, a dispetto dell’orrida Lamashtu, l’affascinante Lilitu babilonese doveva aver colpito l’immaginario ebraico di quattromila anni fa; infatti gli Ebrei la introdussero nella loro tradizione col nome di Lilith.
Dapprima la diedero in moglie al primo uomo, Adamo: entrambi erano stati plasmato nel fango primordiale, erano pertanto due creature uguali “Maschio e Femmina Egli li creò” Genesi 1,27. La prima compagna di Adamo non venne creata dopo di lui, e nemmeno dalla sua costola, ma nel medesimo istante e dalla stessa materia.
Forse gli esegeti ebraici ebbero quasi subito un ripensamento e, poiché questa prima donna era orgogliosa, oltre che disinibita, e non aveva propensione all’obbedienza ed alla sottomissione, la scacciarono in un luogo arido, antesignano dell’inferno, dove Lilith, perso il suo ruolo di prima donna e assunto quello di diavolessa, cominciò a sfornare dèmoni (maschi) a ritmo vertiginoso.
Al neovedovo Adamo venne accoppiata la più remissiva Eva, dopo avere avuto l’accortezza di farla nascere da una costola dell’uomo, e non più plasmata dalla terra, così da toglierle per sempre l’idea di uguaglianza tra i sessi.
Riflettendo su questo mito ebraico è logico chiedersi per quale motivo gli Ebrei introdussero nella loro mitologia la sostituzione di Lilith con Eva, anziché ignorare completamente la prima a beneficio della seconda. Si potrebbe allora avanzare l’ipotesi che, in origine, le tribù che abitavano il deserto e che veneravano dèi maschi (solari), entrarono in contatto con popolazioni stanziali, che invece avevano divinità lunari (femminili), il primo approccio portò forse a matrimoni misti, conservando per un breve periodo la convivenza di entrambe le divinità (infatti, non pochi sono i riferimenti lunari nella cultura semita, come il computo del tempo, per citarne uno), ma in tempi successivi, come accadde in quasi tutto il resto del mondo, gli dèi degli uomini presero il sopravvento sulle dee delle donne, che finirono la loro esistenza come diavolesse o spiriti maligni.
La civiltà divenne così maschilista che presso gli antichi Greci le diavolesse erano scadute al rango di semplici geni femminili, rapitrici di bambini e di anime di vivi e di morti. Esse erano riunite in un elenco di creature marginali rispetto al vivido mondo degli dèi e degli eroi greci, ed avevano nomi che ancor oggi risvegliano solo immagini nefaste: le Arpie, le Chere, le Moire, le Lamie, le Erinni.
Le Arpi rapitrici di anime, la loro immagine era a volte riprodotta sulle tombe, nello spiacevole atto di trasportare l’anima del morto tra gli artigli. Le rapitrici, erano conosciute anticamente in coppia, (ma si ha notizie anche di una terza, Celeno, la oscura) e il loro operato era riassunto nei loro nomi: Aello o Nicotoe, la burrasca, e Ocipete, vola svelta. Per nulla avvenenti, il loro corpo era quello di un uccello con la testa di donna e artigli aguzzi (le ali piumate e gli artigli riecheggiavano ancora l’antica e bella Ardat-Lili, senza conservarne, ahimé, l’avvenenza). I Greci ponevano la dimora delle Arpie nelle isole Strofadi del Mar Egeo. Comunque, dal momento che per i Greci l’unico destino da riservare alla donna era quello di essere moglie e madre (con l’opportuna eccezione delle etère, riservate al piacere personale), neppure le Arpie sfuggirono alla procreazione: il divino Zefiro si unì a loro ed esse generarono …cavalli! I loro figli infatti furono Xanto e Bailo, che divennero i cavalli di Achille, e i velocissimi Flogeo e Arpago, cavalli dei Dioscuri.
C’è una certa somiglianza tra le Arpie e le Chere, che compaiono spesso nell’Iliade, dove queste ultime rappresentano il destino, che nel momento della morte porta via dal mondo dei vivi l’eroe. Le Chere erano alate, con unghie lunghe ed aguzze e, in più, grandi orribili denti bianchi con i quali straziavano i cadaveri e bevendo il sangue dei feriti,  il loro mantello era tutto chiazzato di sangue umano. La loro funzione non si limitava esclusivamente a spazzolare i campi di battaglia, ma rappresentavano anche il destino di ognuno, al pari delle Moire, altre creature mitologiche, le quali però non erano né violente né sanguinarie.
Una delle immagini più spettacolari delle Chere è quella descritta da Omero: durante lo scontro che vede opposti Ettore ed Achille, Zeus pesa la Chere (il destino) dei due eroi su una bilancia, alla presenza di tutti gli dèi, per sapere quali dei due dovrà perire nel combattimento; il piatto con la Chere d’Ettore scende verso l’Ade e Apollo, che fino a quel momento aveva protetto Ettore, abbandona l’eroe troiano alla sua sorte. Velatamente, Omero ci fa intuire che le Chere esercitavano sulla vita e sulla morte un potere che era superiore a quello degli stessi dèi (un retaggio del potere di generare e di dare la morte delle antiche Grandi Madri?), e che la loro decisione era inappellabile; ma nello stesso tempo ci fa sapere che esse erano estromesse dalla sfera religiosa, perché a loro non era riservato alcun culto, al contrario della numerosa famiglia di dèi che abitava l’Olimpo, alla quale erano invece eretti splendidi templi e per i quali erano officiate le cerimonie e le feste religiose.
Platone considerava le Chere alla stregua delle Arpie: esseri infernali che insozzavano la vita degli uomini e il popolo, per placarle, offriva loro dei sacrifici di sangue, non come venerazione, bensì a scopo scaramantico (oggi molte persone, anche molto religiose e praticanti, si comportano nello stesso modo, quando adottano atteggiamenti superstiziosi, come fare le corna con le dita della mano, toccare un oggetto di ferro, gettare il sale dietro la spalla).
Anche Lamia era assetata di carne umana: era un mostro femmina che rapiva i bambini e li divorava ed era il racconto preferito narrato dalle balie ai bambini.
La storia di Lamia era molto triste: originaria dalla Libia, era stata amata da Zeus, che si era unito a lei numerose volte, così che Lamia aveva partorito molti figli. Ma la dea Era, gelosa, aveva fatto morire tutti i piccoli man mano che nascevano, finché la povera Lamia si era rifugiata piangente in una grotta solitaria e, per la disperazione, era diventata un mostro invidioso delle madri più felici di lei, alle quali rapiva e divorava i figli. La dea Era, inesorabile, la privò del sonno, ma Zeus, impietosito, le concesse il dono di deporre gli occhi e di riprenderli dopo che aveva riposato. A volte si davano a Mormo, altro dèmone femminile greco, le stesse caratteristiche di Lamia. Più tardi Lamia divenne più di una e assunse un aspetto giovane e seducente, senza abbandonare la sua natura demoniaca. Le Lamie, con la loro bellezza, adescavano i fanciulli e i giovanotti, ai quali succhiavano il sangue. La figura delle Lamie sopravvisse fino al tardo medioevo, quando furono rappresentate come esseri ermafroditi a quattro zampe, delle quali le due posteriori munite di zoccoli e le due anteriori con artigli, un membro maschile, volto e seni femminili.
Le Erinni, chiamate le Eumenidi, grazioso nome che significava benevolenti, anche se nulla avevano di benevolo, erano al contrario selvaggiamente crudeli. Pare che il soprannome servisse a lusingarle e tenerle quindi a distanza, così che la loro ira non ricadesse mai sul capo di alcuno. Le Erinni erano nate dalle gocce di sangue cadute sulla terra a seguito dell’evirazione di Urano, il padre di tutti gli dèi e, in origine, erano tanto numerose che non si conosceva il loro numero preciso. Poi si diede loro un nome e si fissò la loro quantità a tre: Aletto, Tisifone e Megera. Sono state ritratte come geni alati, con i capelli intrecciati di serpenti e torce e fruste nelle mani, che servivano a torturare le loro vittime fino a farle impazzire. Abitavano l’Erebo, il luogo più oscuro degli inferi e avevano il loro compito specifico: vendicare i crimini, in particolar modo quelli contro la famiglia, come si apprende nella tragica sorte toccata al matricida Oreste. Non solo: esse proibivano agli indovini e ai profeti di essere troppo precisi nei loro vaticini, in modo che gli uomini non potessero mai elevarsi completamente dalla loro condizione di incertezza e non diventassero, quindi, simili agli dèi (dove si legge che la conoscenza corrisponde alla divinità, concetto presente anche nell’Antico Testamento).
I Romani ereditarono le Erinni dai Greci e, subendo probabilmente l’influenza etrusca, che poneva nel mondo infero esseri mostruosi che torturavano i morti, le collocarono nel loro Tartaro, dove tormentavano le anime dei morti con le loro fruste e le terrorizzavano con i capelli serpentini.
Lo splendore femmineo della Grande Dea Madre era ormai obnubilato.

Se fosse necessario dare un'unica denominazione a Iside, a Ishtar, a Venere, a Athena, a Gea, a Modron, forse Grande Madre sarebbe la scelta più appropriata. Tutte queste divinità, anche se in modo diverso, rappresentano la Dea Terra, la Madre di ogni essere vivente; sono il simbolo della natura nei suoi aspetti positivi: la fertilità, l'abbondanza dei raccolti; e negativi: le tempeste, la carestia. Per questo suo dualismo, molte antiche rappresentazioni della Dea Madre hanno il volto metà bianco e metà nero. Ora le rappresentazioni della Dea si trovano quasi tutte in superficie, ma gran parte di esse erano poste originariamente nel sottosuolo, dove la presenza delle correnti terrestri si fa maggiormente sentire. Proprio dalla Grande Madre derivano probabilmente le celebri "Vergini Nere", le Madonne dal volto scuro venerate in tanti santuari. Le immagini delle Vergini Nere contraddistinguerebbero dunque luoghi particolarmente legati alla Dea Terra, gli stessi su cui, da sempre, gli uomini costruiscono i loro edifici sacri. Individuare il percorso delle suddette correnti terrestri, da la possibilità di utilizzare al meglio le eccezionali potenzialità, che non sono una cosa astratta, ma vera e propria energia che pervade l'essere umano, rafforzandolo e purificandolo.

 

Il regno misterioso di Agharti

Mito antichissimo relativo alla capitale di un misterioso Regno sotterraneo che sorge sul principale incrocio delle correnti energetiche terrestri, o forse è Agharti stessa a generare questi fiumi di energia arcana che percorrono tutto il pianeta e si diffondono in superficie irraggiati dai megaliti, straordinarie costruzioni risalenti ad epoche remote fatte di enormi blocchi di pietre disposti in cerchio od in modo prestabilito onde richiamare occulte connessioni astronomiche e cosmiche. Agharti costituisce il mezzo, immobile ed immutabile, del Dharma Chakra, la Ruota della vita e della legge della tradizione Indù, alla cui rotazione è legato il destino dei mortali. In effetti alcuni studiosi localizzano in estremo oriente il luogo dove Agharti potrebbe essere ubicata. Agharti esiste sia sul piano fisico, sia in un'elevatissima dimensione mistica e solo pochissimi illuminati hanno la possibilità di accedervi.

Per evitare che il male vi penetri, essa è tenuta isolata dal mondo della superficie da vibrazioni che offuscano la mente e rendono invisibili le porte di accesso: per questo motivo i non iniziati che l'hanno cercata non sono mai riusciti a trovarla. Meglio per loro: i comuni mortali che, per una ragione o per l' altra, riuscissero a varcare uno dei suoi ingressi incontrerebbero lo stesso destino di un re della dinastia dei Malla che si perse con tutto il suo seguito nelle immense gallerie, o di un cacciatore che riuscì ad entrarne ed uscirne ed ebbe la lingua tagliata dai Lama affinché non raccontasse cosa aveva visto. Esiste un solo popolo che è nato nelle profondità di Agharti e ora vive in superficie, è quello degli Zingari, che furono cacciati dal Regno sotterraneo. Gli Zingari conservano la memoria genetica Di Agharti, lo riprova il loro vagabondare senza fine alla ricerca di una patria che non potranno mai rivedere, e certe facoltà magiche, come la capacità di predire il futuro e leggere la mano.

 

     Il potere femminile di cui non si parla.

Sin dalla propria origine, i maschi hanno individuato negli aspetti negativi dell’archetipo materno, uno dei “nemici” fondamentali con il quale era necessario confrontarsi. In questa loro posizione non hanno mai confuso gli aspetti negativi con l’archetipo nella sua totalità, la cui potenza è stata sempre fortemente ribadita da Carl Gustav Jung, fino ad affermare “l’assalto dell’inconscio può convertirsi in fonte di energia per un conflitto eroico, e ciò assume un tal carattere di evidenza che vien di chiedersi se l’apparente ostilità dell’archetipo materno non sia uno stratagemma di madre natura per stimolare il suo figliuolo prediletto alle imprese più alte”(1) e, ancora, identificando il “regno delle madri” con l’”eterno femminino” prenatale, il mondo primordiale delle possibilità archetipiche”, dove assopito sta il ‘bambino divino’, che attende di divenire cosciente.(2)
Quello che può sembrare,  è che questo archetipo fosse sprofondato nell’inconscio, permettendo l’emergere degli aspetti più deleteri e distruttivi. Come dice sempre Jung: “Il rigetto dell’inconscio ha di solito conseguenze infelici: le sue forze istintive, se non tenute nel debito conto, entrano in opposizione… Quanto più negativo è l’atteggiamento della coscienza nei riguardi dell’inconscio, tanto più questo diventa pericoloso”(3).   Il “complesso materno negativo”, un modo d'informare, in questi nostri tempi,  da denunciare ed analizzare.

 Il mondo maschile e il mondo femminile, sembrano voler tornare a dialogare con la potenza dei fenomeni con cui da tempo ci confrontiamo, offrendo letture in un certo senso sorprendenti. Il mondo maschile, sorprendentemente tace.

Le donne detengono due veri poteri.

 Il primo è il potere ideologico, cioè, morale, di autodefinirsi il Bene assoluto. Un anno fa il governo europeo ha promulgato una legge, suggerita dalle lobby delle femministe europee, fedeli alla sexual corretness americana, che condanna la molestia in un modo così esteso da includere parole e sguardi. Una legge mai dibattuta nei vari stati, il potere politico maschile non ha osato obiettare, perché non fosse sospettato di difendere gli stupratori.

L'altro potere, non è mai stato evocato dalle femministe e non ha un contropotere, perché è totale e assoluto,quello della riproduzione. Oggi una donna dice, sarai padre se io voglio e quando lo voglio. Il potere dell'uomo occidentale nell'ambito della procreazione è quasi azzerato. Con la fecondazione in vitro poi il corpo maschile è abolito, pressoché inutile, il potere dell'uomo è diventato limitato, quello delle donne  illimitato. Oggi l'ultima novità,dal campo scientifico, viene dal Giappone, dove sono riusciti a far procreare una topolina senza il seme maschile,cioè da due ovuli femminili,il maschio non serve più! Come noi sapevamo, solo in alcuni casi in natura succedeva, per esempio nelle rane.


Oggi il potere di decidere ciò che è il Bene, da un lato, e il potere totalitario sulla procreazione, dall’altro, individuano dunque i veri detentori del potere, ben al di là dei posti in un parlamento.

 

(1)C.G.Jung,Opere,vol.5p.296
(2)Ibidem,p.323
(3) Ibidem, p.291

 

                                                                                                       

                                                                                                              Iside

 

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