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Filosofia · Psicologia

L'ira di Achille: psicologia delle emozioni nell'epica greca

Come leggere le passioni eroiche con gli strumenti della psicologia contemporanea. Emozione, trauma, catarsi.

di Riccardo Brunetti

L'Iliade comincia con una parola sola, e quella parola è un'emozione: mênis, l'ira. Non l'amore, non la guerra, non gli dèi, l'ira. Prima ancora di nominare Achille, il poema nomina il suo sentimento, come se la vera protagonista fosse una passione e l'eroe soltanto il corpo che la ospita, è un inizio che dovrebbe sorprenderci più di quanto faccia. Tremila anni fa, la prima grande opera della letteratura occidentale ha scelto di mettere al centro non un fatto, ma uno stato della mente, e rileggere l'Iliade con gli strumenti della psicologia contemporanea significa scoprire che quella scelta non era ingenua: il poema è, sotto la superficie eroica, una straordinaria anatomia dell'emozione.

L'ira che non è collera

Il greco distingue, che c'è la collera comune, cholos, la rabbia che divampa e si spegne, e c'è la mênis, parola che il poeta riserva agli dèi e, eccezionalmente, ad Achille. Non è uno scatto, è un'ira sacra, durevole, quasi cosmica, che si installa nell'animo e ne governa le scelte per l'intero poema. Già nella scelta lessicale c'è una diagnosi, il poeta sta dicendo che esistono passioni passeggere e passioni che strutturano un'esistenza, emozioni che attraversiamo ed emozioni che ci abitano.

L'ira di Achille appartiene alla seconda specie.

La ferita dell'onore

Da dove nasce? Da un torto preciso. Agamennone sottrae ad Achille Briseide, e con lei l'onore, il timê, il riconoscimento pubblico del proprio valore. Qui la psicologia moderna ci offre una chiave esatta, le emozioni, sostengono le teorie della valutazione cognitiva, non sono reazioni cieche: sono il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade.

L'ira nasce quando valutiamo un evento come ingiusto e lesivo del nostro status. Achille non si infuria per la perdita di una persona amata soltanto: si infuria perché vede minacciato il proprio sé sociale, l'immagine di sé che la comunità gli riconosce.

In una cultura dell'onore, dove l'identità coincide con la reputazione, l'oltraggio non scalfisce la superficie: colpisce il nucleo. Il ritiro di Achille dalla battaglia, questa scelta apparentemente sproporzionata, capricciosa, è in realtà la risposta coerente di chi ha subito una ferita narcisistica profonda. Perché non combatte, perché combattere, ora, significherebbe accettare di valere meno di quanto vale, la sua immobilità è il sintomo visibile di un trauma dell'identità.

Quando il dolore diventa furia

Poi qualcosa si rompe. Patroclo, l'amico, scende in campo al posto di Achille e muore per mano di Ettore, e qui il poema compie il suo capolavoro psicologico: l'ira cambia oggetto e cambia natura. La rabbia rivolta ad Agamennone, fatta di orgoglio ferito, si trasforma in una furia diversa, alimentata dal lutto. Achille non odia più chi lo ha disonorato, odia chi gli ha tolto la persona amata, e attraverso quell'odio cerca di non sentire il dolore che lo divora.

Lo psichiatra Jonathan Shay, studiando i reduci del Vietnam, ha riconosciuto in Achille il ritratto clinico del trauma di guerra: la perdita del compagno che fa precipitare il combattente in uno stato di furia cieca, il bersèrk, in cui l'uomo perde i confini di sé e diventa pura macchina di vendetta, è ciò che accade ad Achille sul campo: massacra senza misura, rifiuta ogni pietà, e infine oltraggia il cadavere di Ettore trascinandolo nella polvere giorno dopo giorno. Non è una crudeltà gratuita, è lutto patologico, il rifiuto di accettare la perdita, la rabbia che si accanisce sul corpo del nemico perché non riesce a piangere il corpo dell'amico.

La catarsi: il ritorno dell'umano

Il poema potrebbe finire qui, nell'orrore, e invece si chiude con una delle scene più alte mai scritte. Priamo, il vecchio re di Troia, attraversa di notte le linee nemiche per supplicare Achille di restituirgli il corpo del figlio Ettore, e davanti a quel padre inerme che bacia le mani dell'uomo che gli ha ucciso il figlio, accade l'impensabile, Achille piange, piange Patroclo, piange il proprio padre lontano, piange la condizione mortale che li accomuna tutti. I due nemici versano lacrime insieme, e in quel pianto condiviso l'ira finalmente si scioglie, è in termini antichi, una catarsi: quella purificazione delle passioni che Aristotele riconoscerà come il cuore della tragedia.

L'emozione distruttiva non viene repressa né punita, ma attraversata fino in fondo e infine liberata attraverso il riconoscimento. Achille restituisce il corpo, l'umano, sepolto sotto la furia, riemerge. La guarigione, suggerisce il poema, non passa dalla vittoria, ma dal riconoscere nell'altro la stessa fragilità che ci abita.

Un'antichissima scienza dell'anima

Riletta così, l'Iliade rivela una sorprendente modernità, perché non si limita a mostrare un eroe arrabbiato, ma ne mappa l'intera vicenda emotiva, l'innesco nella ferita all'identità, l'escalation nel lutto traumatico, lo stato alterato della furia, e la liberazione finale attraverso l'incontro con il dolore dell'altro, è una sequenza che ogni psicologo delle emozioni riconoscerebbe.

Forse è questo che rende Achille eterno, forse non per la forza, non le armi divine, ma il fatto che dentro la sua ira ciascuno di noi può leggere la propria. Il poema ci insegna che le passioni non sono il contrario della ragione, ma un linguaggio da decifrare e che persino l'ira più cieca custodisce, nel suo fondo, la possibilità di tornare umani.

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