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Filosofia · Estetica

Il bello come logos: estetica e ragione nel pensiero greco

Un'indagine sul rapporto tra bellezza, forma e pensiero dall'età classica all'ellenismo. Platone, Aristotele, il Neoplatonismo.

di Riccardo Brunetti

C'è un'abitudine mentale, tutta moderna, che separa il bello dal vero. Da un lato collochiamo il sentimento, il gusto, l'impressione soggettiva; dall'altro la ragione, la dimostrazione, l'ordine concettuale. Diciamo "è bello" come se enunciassimo una preferenza, e "è vero" come se enunciassimo un fatto. Il pensiero greco fa esattamente il contrario.

Per i Greci la bellezza non è ciò che sfugge alla ragione: è la ragione resa visibile. Il bello "to kalon" è il volto sensibile dell'ordine intelligibile. Ricostruire questa convinzione significa riattraversare quasi un millennio di filosofia, da Pitagora a Plotino, e scoprire che l'estetica antica non è mai una teoria del piacere, ma una teoria dell'essere.

Numero e armonia: l'eredità pitagorica

Tutto comincia con un'intuizione che ha la forza di una rivelazione: il bello ha una struttura, e quella struttura si può contare. Quando i Pitagorici scoprono che gli intervalli musicali consonanti corrispondono a rapporti numerici semplici, l'ottava come 2:1, la quinta come 3:2, accade qualcosa di decisivo per la storia del pensiero. La bellezza percepita dall'orecchio si rivela essere un fatto matematico colto dalla mente. Ciò che ci appare armonioso non è capriccio del senso: è proporzione, harmonia, accordo di parti dentro un tutto.

Da qui nasce l'idea che attraverserà tutta la cultura greca: il kosmos, parola che significa insieme "ordine" e "ornamento" è bello perché è ordinato, ed è ordinato perché è retto da una misura, il cielo è splendido non malgrado le sue leggi, ma in virtù di esse.

La bellezza, in questa prima formulazione, è già logos: rapporto, ragione, struttura calcolabile dell'apparire.

Platone: il bello come grado dell'essere

Platone eredita questa intuizione e la spinge fino alle conseguenze metafisiche. Nel Simposio, la celebre "scala d'amore" descrive un'ascesa: si comincia dall'amore per un singolo corpo bello, si passa alla bellezza dei corpi in generale, poi a quella delle anime, delle leggi, delle scienze, fino a contemplare il Bello in sé eterno, immutabile, non mescolato alla carne né al tempo. La bellezza sensibile non è disprezzata: è una soglia, è il gradino più basso di una salita che conduce all'intelligibile.

Nel Fedro questa funzione di soglia diventa esplicita. Tra tutte le Idee, dice Platone, la bellezza ha un privilegio: è la più visibile. Mentre la giustizia o la saggezza non hanno splendore percepibile, il bello si lascia vedere, e per questo scuote l'anima, le ricorda la patria perduta delle Forme. La bellezza è la breccia attraverso cui l'intelligibile fa irruzione nel mondo dei sensi, non distrae dalla ragione, ma la richiama.

Resta, è vero, l'ombra del libro X della Repubblica, dove l'arte imitativa viene messa sotto accusa come copia di copia, lontana dalla verità, ma è proprio questa diffidenza a confermare la tesi: Platone non teme il bello, teme la bellezza che inganna, quella che imita l'apparenza senza conoscerne la legge. Il bello autentico, per lui, è inseparabile dal vero e dal bene, al punto che la lingua greca li tiene uniti in un'unica formula, kalokagathía, l'eccellenza che è insieme estetica e morale.

Aristotele: l'ordine come forma del bello

Aristotele riporta il bello dal cielo delle Idee alla terra delle cose, ma non ne muta la natura. Nella Metafisica indica con sobrietà disarmante i caratteri del bello: l'ordine (táxis), la simmetria (symmetría), la determinatezza (to horisménon).

Bello è ciò che ha confini netti, parti commisurate, una forma compiuta. Nell'informe non c'è bellezza, nell'illimitato, nel disordinato, non perché manchino di fascino, ma perché mancano di struttura intelligibile. La Poetica traduce questo principio in legge dell'arte. Una tragedia è bella quando è un organismo: ha un principio, un mezzo e una fine, e ogni parte è necessaria al tutto, tanto che spostarla o toglierla guasterebbe l'insieme. La bellezza dell'opera è la sua unità organica, la coerenza per cui nulla è arbitrario. Persino la grandezza conta, un essere bellissimo ma smisurato perde la sua bellezza, perché l'occhio non può abbracciarne la forma, anche qui, il bello è ciò che la mente riesce a cogliere come ordine, logos fatto figura.

Plotino e lo splendore della forma

L'ellenismo eredita questa lunga riflessione e la porta al suo vertice speculativo con Plotino. Nel trattato Sul bello (Enneadi I, 6), egli pone una domanda che incrina la tradizione: se la bellezza fosse soltanto simmetria di parti, come potrebbe essere bello ciò che è semplice e indivisibile, la luce, l'oro, una singola voce pura, il bagliore di una stella? La proporzione non basta a spiegare lo splendore.

La risposta di Plotino sposta l'accento dalla misura alla forma. Una cosa è bella quando la forma intelligibile prevale sulla materia, la informa, la illumina dall'interno. La pietra grezza è muta; la statua è bella perché l'idea dello scultore l'ha attraversata e ordinata. Il bello sensibile è dunque la presenza visibile dell'intelligibile nella materia e in ultima istanza è traccia dell'Uno, del principio da cui ogni forma deriva.

Per questo, dice Plotino, l'anima riconosce il bello, lo riconosce perché è affine alla propria origine, vedere il bello è, in fondo, ricordare ciò che si è.

Il bello come logos

Da Pitagora a Plotino, attraverso le mediazioni di Platone e Aristotele, una sola convinzione si conserva e si approfondisce, la bellezza non è l'irrazionale che seduce, ma il razionale che risplende, è numero che diventa suono, idea che diventa forma, intelligibile che diventa visibile, là dove la modernità, dopo Kant, ha rivendicato l'autonomia dell'estetico, il bello come ciò che piace senza concetto, il pensiero greco aveva costruito l'esatto opposto: un bello che è concetto, ordine, ragione manifesta.

Forse è proprio questo che continua a parlarci. In un'epoca che tende a privatizzare la bellezza, a ridurla a opinione e a gusto, i Greci ci ricordano una possibilità più alta e più impegnativa, che il bello sia conoscenza, e che davanti a una forma compiuta non proviamo soltanto piacere, ma intelligenza del mondo.

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